Controllo di vicinato, Marino (SIULP): “una scorciatoia che nasconde il vuoto della sicurezza reale a Trieste
- Siulp Trieste
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“Quella che viene presentata come una forma di “sicurezza partecipata” rischia, nella realtà dei fatti, di trasformarsi in un’operazione più comunicativa che sostanziale, con effetti distorsivi sul sistema sicurezza. Il cosiddetto “controllo di vicinato” non introduce nulla che non sia già presente nel tessuto civico di una città come Trieste, storicamente caratterizzata da un forte senso di comunità e da una collaborazione spontanea tra cittadini. Formalizzare e incanalare questo patrimonio rischia invece di snaturarlo, trasformando la partecipazione in un meccanismo organizzato che può facilmente scivolare verso forme improprie di delega. Il punto critico è proprio questo: si finisce per affidare, anche solo implicitamente, ai cittadini un ruolo che non compete loro. La sicurezza pubblica non può essere surrogata da figure prive di formazione, strumenti e adeguate tutele. Non solo: si espongono persone comuni al rischio di percepirsi (o essere percepite) come “sentinelle” o addirittura delatori, con potenziali conseguenze sia sulla loro incolumità personale sia sul clima sociale nei quartieri. Commenta così in un comunicato stampa Francesco Marino, Segretario Generale del SIULP di Trieste, il più grande sindacato del comprarto difesa e soccorso pubblico. Parallelamente, iniziative di questo tipo finiscono per mascherare un problema ben più serio e strutturale: il progressivo indebolimento dell’apparato della sicurezza pubblica. La Polizia di Stato sconta da tempo carenze di organico, una presenza sempre più ridotta sul territorio e un depotenziamento operativo che incide direttamente sulla capacità di prevenzione e repressione dei reati. A Trieste, questa criticità è ancora più evidente, anche perché gran parte dell’attenzione è stata rivolta al presidio delle frontiere piuttosto che al potenziamento della Questura. In questa realtà, la squadra volanti opera già al limite della sostenibilità. A questo si aggiunge una gestione che, nel tentativo di sopperire alle carenze, finisce per iniziare ad erodere in modo sempre più sistematico i diritti: carichi di lavoro sempre più elevati e periodi di ferie non più garantiti. Si lavora in condizioni che mettono sotto pressione non solo la tenuta operativa, ma anche quella fisica e psicologica degli operatori, con il rischio concreto di comprometterne sicurezza e lucidità di intervento. È una deriva che non può essere normalizzata né accettata. In questo contesto, il ricorso a strumenti come il controllo di vicinato rischia di rappresentare una scorciatoia: una risposta apparente che non affronta le cause profonde del problema. Se la stessa energia e creatività fossero investite nel rafforzamento degli organici, nel miglioramento delle condizioni di lavoro e nel potenziamento della presenza reale sul territorio delle forze di polizia ufficiali, si potrebbero ottenere risultati concreti e duraturi. La sicurezza non si costruisce delegando, ma investendo nei soggetti che, per legge e competenza, sono chiamati a garantirla. Tutto il resto rischia di essere, più che una soluzione, un placebo che illude di curare ma finisce per cronicizzare il problema” – conclude Marino




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